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[Valle Seriana] Aurora Cantini vince il concorso letterario "Le montagne in poesia e narrativa" Stampa E-mail
Scritto da Aurora Cantini   

La contrada di Amora Bassa è situata sotto il Monte CornageaIl Club Alpino Italiano Sezione Valtellinese Sondrio, con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Ufficio Scolastico per la Lombardia ha bandito nei mesi scorsi il 3°concorso letterario “Le montagne in poesia e narrativa”, con lo scopo di promuovere la conoscenza e la riflessione sull’ambiente montano. Il concorso ha proposto tre temi da affrontare in una delle due forme di linguaggio previste: le montagne e l’uomo, le montagne e la storia, le montagne e la fantasia.
Per la sezione Narrativa Adulti la Commissione ha assegnato il primo premio ad Aurora Cantini per il racconto “Lassù dove si toccava il cielo”. La Cerimonia di premiazione si svolgerà venerdì 12 giugno 2009 alle ore 18:00 presso la Sala dei Balli di Palazzo Sertoli a Sondrio. Nell’occasione verranno letti i racconti e le poesie premiate.
Il racconto narra la vita di tutti i giorni, lungo gli anni '50 -'75, della contrada Amora Bassa e Predale, sull’Altopiano Selvino-Aviatico, attraverso gli occhi di un bambino, Oliviero (marito dell’autrice), che con le proprie esperienze fa rivivere  storie e ricordi del passato, usanze, modi di dire, attrezzi e oggetti del mondo contadino della montagna bergamasca nella seconda metà del secolo scorso.

Questo racconto è uno stralcio, un’anticipazione di quello che è in realtà il vero progetto finale dell’autrice, la cui stessa famiglia è originaria di Amora: con l’aiuto del marito, che sotto la Cornagera è nato e cresciuto negli anni ’50 e che fa da voce narrante, raccogliere in un libro le testimonianze contadine della nostra terra prima che tutto svanisca e si perda nella memoria, attraverso centinaia di fotografie, immagini, testi, cartoline, racconti della gente, oggetti, filastrocche, proverbi e modi di dire, usi, abitudini, spiegazioni in dialetto bergamasco del mondo contadino. Ora il prezioso manoscritto di più di 200 pagine è in mano alle Edizioni Villadiseriane del dottor Sergio Pagliaroli, che ne ha preso a cuore la stampa.
Il sogno dell’autrice è poterlo distribuire alla popolazione, per rendere pubblico un patrimonio che è di tutti, che accomuna  noi bergamaschi, nel senso delle tradizioni e della cultura contadina, per salvare tutto ciò che hanno  rappresentato i nostri genitori, per le loro storie e la loro vita che più nessuno avrebbe mai ricordato. Il mondo della montagna sta affievolendosi giorno dopo giorno e chi raccoglierà la sua eredità?

Inizia così il racconto:

"I miei occhi azzurri hanno visto la luce all’alba di una tiepida mattina d'aprile inoltrato a metà degli anni cinquanta, sul grande letto di noce della camera nuziale di mia madre Elisa, nella penultima casa della contrada di Amora Bassa, sotto il monte Cornagera, dove le abitazioni stanno tutte a ridosso le une alle altre a formare un arco a guardia della Media Val Seriana, sulla montagna bergamasca.
Solo in estate mi facevano compagnia nel pascolo tre amici, le cui famiglie erano emigrate in città. Giungevano in Predale, dove io ero stanziato, nelle prime ore del pomeriggio, seguendo il sentiero alto dopo aver dedicato la mattinata ai compiti estivi. Ma ecco il cielo improvvisamente mutava: un vento bizzarro giungeva a rabbrividire la pelle e nuvolaglie scure si affacciavano da dietro il costone, segnalando l'imminente arrivo di un temporale. All'istante gli altri correvano via verso la contrada e io rimanevo solo. Alla fine di settembre i tre soci ripartivano per la Bassa Valle; erano giorni nei quali sentivo acuta e pungente la malinconia, unita alle prime nebbie che salivano a lambire i pendii. Poi riprendevo la via della stalla: c'era da dar da mangiare agli animali, “guarnà i ache”, il letame da spargere, l'ultimo fieno da riporre. Nel mio piccolo mondo di bambino di montagna non c'era spazio per i rimpianti. Con il passare degli anni il numero delle mucche diminuì.
Rivedo i miei genitori consapevoli che il loro tempo era finito. Mia madre con il grembiule "la bigaröla" e le mani intrecciate al viso, in silenzio; mio padre con le lacrime a solcare le guance. Non si è più ripreso.
Per il bergamasco la campagna ha da sempre la misura del "cap", il campo. Fin dalle prime luci dell'alba gli adulti erano già nei campi a tagliare il fieno, che poi le donne e i bambini avrebbero spanso durante la giornata quando si andava a"spant ol fé" per permettere una idonea essiccazione. Verso le otto si portava loro la colazione in un pentolino chiuso, "ol pignetì", che conteneva "la panada", o "ol minestrù", insieme a pane, polenta fredda e formaggio.
A diciassette anni ebbe inizio l'avventura a Milano, come "cotimista" al servizio di un compaesano che aveva cominciato a reclutare per le trasferte i ragazzi dell'Altopiano. Si partiva con il pulmino alle quattro del mattino da Amora Bassa, si scendeva la strada a tornanti e poi via in autostrada: viaggi insostenibili con la testa appoggiata al finestrino sbatacchiata qua e là,  vita sociale e divertimenti inesistenti, gelo nelle ossa, malta che si ghiacciava, ghiaccio sulle impalcature, buio perenne intorno. Si partiva nell'oscurità più fitta e si tornava al monte con la stessa maledetta oscurità.
C'era il sogno di chi come me desiderava crearsi una vita oltre l'orizzonte, una casa in Bassa Valle, un lavoro diverso, ma non dimenticava le sue radici. Lasciavo un mondo che mi avrebbe sempre aspettato, che mi avrebbe sempre accolto, dove io sarei sempre ritornato e dopo di me i miei figli. Lassù dove si toccava il cielo.”

 
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