
Nella infinita miniera dei modi di dire del nostro dialetto c’è sempre qualcosa che solletica la curiosità; animato proprio da ciò ecco che, per mio diletto, e spero anche un po’ di voi lettori, vado alla ricerca di termini o modi di dire che erano quotidianamente sulla bocca dei nostri genitori o dei nonni, i quali, senza possedere chissà quale conoscenza della sintassi o della grammatica italiana, si esprimevano con termini dialettali tanto concisi e appropriati alle varie situazioni che il riscoprirli è sempre un vero piacere.
Quando le cose non vanno, non girano per il verso giusto, ecco che frequentemente “
as bruntùla per chèsto e per chèl laùr..” (si brontola per questa o per quella cosa...). Ma, a volte, se il brontolio è più motivato “
as tontogna” quel borbottare a bassa voce, scontenti di qualche cosa che si deve fare di mala voglia, o che veniva imposto dall’alto. Guai però a farsi sentire perché allora si veniva ripresi “
to ghé de fa ‘ssè, e sensa tontognà…” (devi fare così senza borbottare).
Altro termine simile è “
rognà”; ciò spesso veniva riferito anche ai bambini: “
chèl ‘isccèt lé, al rogna tötura”: il tipico lamentarsi dei bambini senza che si riesca a capire ciò che vogliono. Mentre quando frequentemente in casa i genitori assegnavano un piccolo compito al ragazzo e questi si duoleva, la frase ricorrente era “
al rogna sempèr quando to ga dighèt de fa èrgòt…”. Per quando, invece il malcontento montava a livelli più alti, ecco diventare “
rabbiùs” (arrabbiato, collerico). Ma questo può essere anche un tratto caratteriale “
chèl lé lè sempèr rabbiùs”(quello è sempre arrabbiato). Così come ci sono tipi sempre giulivi, si può trovare anche quelli sempre arrabbiati, non sono l’unico a dire che, la giusta misura sta nel mezzo “
issèr in bola”.