
Con il termine “
bröt”, nel dialetto bergamasco, si indica una cosa brutta, ma dell’accezione ne esistono un’infinità perché, a volte, per definire quella tal cosa non basta l’aggettivo, ma è necessario un rafforzativo. Ecco quindi “
bröt orendo, bröt comè ‘l pecàt, bröt come ‘l diaol” (brutto orrendo, brutto come il peccato, brutto come il diavolo). E poi i detti: “
bröt in fassa, bèl in piassa” (brutto in fascia, bello in piazza). Come dire che anche se il bambino piccolo non è molto carino, da grande sarà un bell’uomo. Lo garantisce questo proverbio! Per dire di una cosa brutta, ma non troppo, di dice: “
brutì” (bruttino). Che dire poi de “
ü mal bröt”, essere affetto da una malattia piuttosto seria.
Per tornare ai proverbi: “
quando s’è bröcc, s’è a’ mal garbàcc o malmustùs” (quando si è brutti, si è anche mal garbati e scontrosi). Sembra, in questo caso, che chi non sia stato baciato dalla bellezza di Venere sia anche perseguitato da un suo modo di essere poco simpatico e poco socievole oltre che affetto da scontrosaggine. Per nostra fortuna non sempre le definizioni lapidarie dei proverbi corrispondono al vero.
Per rimanere sempre nell’ambito della bruttaggine, prendiamo in considerazione un altro modo di dire:
“
edìla bröta” (vederla brutta) cioè incorrere in un pericolo, prendere un grande spavento.
Ma si dice anche “
gnì ai bröte” (venire alle prese, a forti parole, o peggio ancora venire alle mani).
Chiudo qui questi discorsi sul brutto sollevato dal fatto che, come sapete, “
‘n da eta, al ghè mia doma del bröt…” (nella vita non c’è solo del brutto).