
Quanti di noi, ogni tanto, riordinando angoli della casa, decidono di liberarsi, magari con qualche rincrescimento, di cose non più servibili o vecchie? Nel nostro dialetto queste cose vengono chiamate “
tananài”. E’ un bellissimo termine che ho potuto leggere anche con estremo piacere e curiosità, su di una bancarella di quei mercatini che frequentemente animano le piazze di diversi paesi. Un cartello diceva “
tananài bèi”, sembra un controsenso, ma in realtà, erano esposti piccoli oggetti della nonna come: orecchini, collane, anelli, pendagli di poco valore, ma assolutamente graziosi e simpatici tanto quanto l’indicazione scritta. “
Tananài” si usava anche per definire una persona di poco conto, come un buono a nulla “
l’è ü tananài!”
Fra le antichità verbali, come sapete, spesso si riscontano modi di dire che non si usano più, tra questi la locuzione: “
Tecà vià ‘l capèl” (attaccare via il cappello)
Significa prendere confidenza in casa altrui. Ma il detto si riferiva principalmente ad un uomo che sposava una ragazza di famiglia economicamente più agiata della sua; egli doveva stare sempre zitto... lasciando il cappello, per rispetto, sull’attaccapanni (quando il cappello lo portavano tutti e quando gli sposi non si involavano in un nido proprio, ma restavano nella casa paterna; in questo caso dei genitori di lei).