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[Dighèt del bù?] Stracci e Straccivendoli - Pillole di dialetto Bergamasco |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Chi ha alcune decine di “primavere” sulle spalle si ricorderà di certo quando arrivava in paese lo straccivendolo gridando “ Strasséerr”. Con ciò richiamava l’attenzione delle massaie che raccoglievano le poche cose che la misera economia domestica di allora scartava per vendergliele e ricavare qualche soldo. Il richiamo dello “strasér” era generalmente arricchito da una filastrocca che potremmo paragonare ad un moderno “spot” pubblicitario. Ecco come proseguiva: “ dòne ègnì.. ve cumpre stràss, òss, pèi de cünì, fèr rot, tübi de la stüa, piomb, carta strassa, fiàsch, butìglie, bussetì e scatolòcc.. gambe de fomne!” (donne venite.. vi compro stracci, ossi, pelli di coniglio, ferro rotto, tubi della stufa, piombo, carta straccia, fiaschi, bottiglie, boccettini e scatolotti…gambe di donna!) E la battuta sulle gambe delle donne, che non sono proprio rottame da straccivendolo, almeno fino a un certo numero di “chilometri” di anni, era il tocco finale che simpaticamente chiudeva il suo grido imbonitore, invogliando donne e ragazzi a portargli la loro merce. Cose passate! Lo strasèr non grida più. Ora riempiamo solo grandi sacchi di rifiuti che vanno a ingigantire discariche più o meno controllate e inceneritori più o meno ecologici.
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