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Dialetto Bergamasco
[Dighèt del bù?] Brontoloni e borbottii Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleNella infinita miniera dei modi di dire del nostro dialetto c’è sempre qualcosa che solletica la curiosità; animato proprio da ciò ecco che, per mio diletto, e spero anche un po’ di voi lettori, vado alla ricerca di termini o modi di dire che erano quotidianamente sulla bocca dei nostri genitori o dei nonni, i quali, senza possedere chissà quale conoscenza della sintassi o della grammatica italiana, si esprimevano con termini dialettali tanto concisi e appropriati alle varie situazioni che il riscoprirli è sempre un vero piacere.
Quando le cose non vanno, non girano per il verso giusto, ecco che frequentemente “as bruntùla per chèsto e per chèl laùr..” (si brontola per questa o per quella cosa...). Ma, a volte, se il brontolio è più motivato “as tontogna” quel borbottare a bassa voce, scontenti di qualche cosa che si deve fare di mala voglia, o che veniva imposto dall’alto. Guai però a farsi sentire perché allora si veniva ripresi “to ghé de fa ‘ssè, e sensa tontognà…” (devi fare così senza borbottare).
Altro termine simile è “rognà”; ciò spesso veniva riferito anche ai bambini: “chèl ‘isccèt lé, al rogna tötura”: il tipico lamentarsi dei bambini senza che si riesca a capire ciò che vogliono. Mentre quando frequentemente in casa i genitori assegnavano un piccolo compito al ragazzo e questi si duoleva, la frase ricorrente era “al rogna sempèr quando to ga dighèt de fa èrgòt…”. Per quando, invece il malcontento montava a livelli più alti, ecco diventare “rabbiùs” (arrabbiato, collerico). Ma questo può essere anche un tratto caratteriale “chèl lé lè sempèr rabbiùs”(quello è sempre arrabbiato). Così come ci sono tipi sempre giulivi, si può trovare anche quelli sempre arrabbiati, non sono l’unico a dire che, la giusta misura sta nel mezzo “issèr in bola”.

[Dighèt del bù?] Castagne e Biligòcc Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pillole"Fa sö i casetù", oppure "fa o ‘l cassulì", sono due locuzioni dialettali ormai piuttosto rare che stanno ad indicare il bambino che fa la smorfia del pianto, fa il broncio o il musetto. Letteralmente si indicherebbe il guscio della castagna aperta così come l’atteggiamento delle labbra aggrinzate del bambino che sta per piangere. Il frutto della castagna, viene chiamato "castégna" e fin qui niente di eccezionale. Interessante è invece scoprire la denominazione delle parti del frutto: il riccio "rès", la buccia "gös o rösca", la pellicina di cui è velata "pelisina o zia", il fondo dove la castagna sta attaccata al riccio "cül".
Non son certo da dimenticare le "castégne peste" ossia castagne secche pelate che venivano mangiate sia crude che cotte, mentre la "la castégna gingia (o d’India)" è il frutto non commestibile dell’ippocastano. A proposito di ciò, secondo l’antica tradizione contadina, per evitare di prendersi il raffreddore, si portavano in tasca per tutto l’inverno tre o quattro di questi frutti. Provare per credere!
E, per concludere, in corrispondenza della festa di S. Antonio Abate, il 17 gennaio, a Bergamo resiste ancora la tradizione delle bancarelle che vendono i "biligòcc" che sono castagne lessate con il guscio ed affumicate perché prosciughino e si conservino per mangiarle senza altra cottura. E’ questa una tradizione antichissima e popolare nella quale il frutto viene anche confezionato come una collana "filsa de castégne o culana" nella quale le castagne sono come cucite assieme con uno spago sottile formando una lunga fila.

[Dighèt del bù?] Rabbia e Ragione Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pillolePrendiamo in considerazione, questo mese, alcune parole e locuzioni che iniziano con la R.
"Rabia" c’è poco da tradurre è lo stesso termine che troviamo in italiano, con la sola differenza che ha una b in meno. "Sborà fò d’la rabia" scoppiare di rabbia, "èsèr rabiùs" essere arrabbiato.
A volte questa sconveniente situazione può degenerare anche in "rampàs adòs" venire alle mani, azzuffarsi. In misura meno cruenta si può dire "rampinàs" oppure "chèl lé lè prope ü rampì" come dire di uno che va in cerca di bisticciare o di attaccar briga. Ma meglio di tutti in proposito è il detto: "No lè amur fina se no la sé rampìna" Non è amore fino se non si bisticcia.
Quando si bisticcia, inevitabilmente "a ‘s fa sö ‘la regàda" (si fa del chiasso), ma ci sono anche quelli che, senza bisticciare "i fa sö ‘la regàda" perché "i è di burdelù". Queste ultime locuzioni hanno il doppio significato di chi magari parla ad alta voce ma, più spesso indicano quei soggetti che, per fare una cosa anche semplice, mettono in piedi un gran trambusto o creano tanti problemi inesistenti.
Concludo con un elemento molto importante per la quadratura morale: "éss ü ‘n om de resù", "stà sö la resù", essere un uomo di ragione, stare sulla ragione, che vuol dire uomo a modo, uomo di pregio morale che sa stare nei termini, qualità rara e sopraffina ancora oggi.


[Dighèt del bù?] Brutti e brutture Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleCon il termine “bröt”, nel dialetto bergamasco, si indica una cosa brutta, ma dell’accezione ne esistono un’infinità perché, a volte, per definire quella tal cosa non basta l’aggettivo, ma è necessario un rafforzativo. Ecco quindi “bröt orendo, bröt comè ‘l pecàt, bröt come ‘l diaol” (brutto orrendo, brutto come il peccato, brutto come il diavolo). E poi i detti: “bröt in fassa, bèl in piassa” (brutto in fascia, bello in piazza). Come dire che anche se il bambino piccolo non è molto carino, da grande sarà un bell’uomo. Lo garantisce questo proverbio! Per dire di una cosa brutta, ma non troppo, di dice: “brutì” (bruttino). Che dire poi de “ü mal bröt”, essere affetto da una malattia piuttosto seria.
Per tornare ai proverbi: “quando s’è bröcc, s’è a’ mal garbàcc o malmustùs” (quando si è brutti, si è anche mal garbati e scontrosi). Sembra, in questo caso, che chi non sia stato baciato dalla bellezza di Venere sia anche perseguitato da un suo modo di essere poco simpatico e poco socievole oltre che affetto da scontrosaggine. Per nostra fortuna non sempre le definizioni lapidarie dei proverbi corrispondono al vero.
Per rimanere sempre nell’ambito della bruttaggine, prendiamo in considerazione un altro modo di dire:
edìla bröta” (vederla brutta) cioè incorrere in un pericolo, prendere un grande spavento.
Ma si dice anche “gnì ai bröte” (venire alle prese, a forti parole, o peggio ancora venire alle mani).
Chiudo qui questi discorsi sul brutto sollevato dal fatto che, come sapete, “ ‘n da eta, al ghè mia doma del bröt…” (nella vita non c’è solo del brutto).

[Dighèt del bù?] Calendimaggio cortese Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleMese di maggio, mese dei fiori, dello sbocciare degli amori… I giovanotti del paese avevano modo, proprio in occasione della processione e delle funzioni del mese di maggio, di osservare tutte le ragazze, anche quelle che vivevano disperse nelle cascine: nascevano così i primi amori e venivano pensati i messaggi da inviare, messaggi affidati  alla scelta di un ramo.

Calendimaggio cortese
- Per una ragazza devota un ramo di ciliegio: Ram dè serésa per öna sceta che va ‘n cesa.
- Per una ragazza d’animo delicato un ramo di biancospino: Ram dè biancospì per öna sceta d’amur fì.
- Per una ragazza volubile: Ram dè albàra per öna sceta che la bala.
- Per una ragazza di poca volontà: Ram dè pighéra per öna sceta ligéra.
- Per una ragazza seminatrice di pettegolezzi: Ram dè rubìna per öna sceta che ruìna.
- Per una ragazza che faceva la difficile e che rischiava di restare zitella: Ram dè onèss per öna sceta che la  marsèss.
Ad una ragazza desiderata per un matrimonio in qualsiasi periodo dell’anno si lasciava davanti alla porta: öna rasciata dè raisù, per öna sceta buna in töce le stagiù ,
mentre ad una ragazza chiacchierata per la sua dubbia moralità venivano gettati davanti alla porta solo i fiori di ravizzone: Fiùr dè raisù per öna sceta che la và ‘n cagnù; e, tanto per finire: öna rasciada de trefòi per öna sceta che me no la voi (una manciata di trifoglio per una ragazza che io non voglio).

[Dighèt del bù?] Accadde un giovedì Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleIl giorno di giovedì nel nostro dialetto gioedé, oltre che indicare il giorno della settimana, è anche elemento essenziale di alcuni forbiti modi di dire: “A chèl lé al ‘ga manca quàc gioedé” è un’affermazione che si riferisce ad una persona poco assennata o che non possiede le normali facoltà intellettive.
Il riferimento al giorno di giovedì e non ad un altro, sembra sia dovuto al fatto che il quarto giorno della settimana era proprio quello della libera uscita dei matti dal manicomio.
Tira mia fò di gioedé”  si riferisce a non inventare storie, così come “dà  inténd noma di gioedé” si riferisce a colui che conta balle, che mena il can per l’aia senza arrivare mai al sodo…
Se il rischio di incontrare dei matti si limitava al giorno di giovedì, la disavventura di avere a che fare con  “un impiàster”  era, ed è, senza dubbio peggiore. Con questo termine si definisce un imbroglione, ma anche colui che non fa bene il suo mestiere “impiastrù”. Il verbo “impiastrà” si usa pure in un’accezione più semplice, cioè per indicare lo sporcarsi. Si dice per esempio del bambino che, magari giocando “al sé impiastràt sö töt” (si è sporcato tutto).
Ma non manca una definizione ancora più precisa dell’imbroglione denominato “inturciù” e così vien fuori “l’intorciàda” (imbroglio) e il modo di dire: “i à fàcc dét ön’intorciàda piö finìda”.
Per fortuna in questo losco mondo “i è mia töcc impiastèr e inturciù, ma ‘l ghè amò tace galatòm”. L’importante è saperli riconoscere.

[Dighèt del bù?] C'è un freddo per tutti Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleForse ci stiamo lasciando alle spalle il freddo inverno, ma non è detta l’ultima parola perché, nonostante la “scassada del Zenèrù”, i colpi di coda del freddo proveniente della Russia, dall’Artico o da qualsiasi altra parte sono sempre in agguato. Allora mi è venuto in mente di raccogliere alcune delle affermazioni dialettali che si riferiscono al freddo, “ol frècc”.
Di freddo come di caldo ce ne sono di diversi tipi.
C’è “ol frècc de làder” freddo da ladro, oppure “ol frècc vaca” letteralmente, freddo vacca, nel senso si freddo esagerato. Che dire poi del “frècc de cà”, freddo cane e del “frècc che pìa”, freddo che morde, quello che veramente pizzica. Altre versioni animaliste sono: “frècc de bèstia”, freddo da bestia, forse perché indegno per un cristiano e un’altra affermazione ancora abbastanza frequente è quella del “frècc de l’ostrega”, freddo dell’ostrica, non è dato sapere il rapporto fra le ostriche e il freddo!
Ma la fantasia popolare si è sbizzarrita anche col “frècc del diàol”, freddo del diavolo, che, in verità dovrebbe avere solo “ol còld del diàol”, il caldo del diavolo, in quanto “al par che a l’inferno, al ga sabe i fiame” (pare che all’inferno ci siano le fiamme), ma il nostro sommo poeta Dante ha ficcato dei dannati anche nel ghiaccio di un girone frigorifero, e potrebbe quindi esserci anche questo tipo di freddo.
Per assurgere alle alte sfere celesti, e per i devoti,  ecco “ol frècc de Dio” e “ ol frècc de la Madòna”!
Che dire, dopo tutte queste varietà di freddo che la nostra misera condizione umana deve annualmente sopportare, è quanto mai opportuno invocare S. Benedetto che il 21 marzo dovrebbe portare la primavera.

[Dighèt del bù?] Scherza coi fanti.. Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleCi siamo da poco lasciati alle spalle il 1° di Novembre, festa di tutti i Santi. La festività liturgica mi ha suggerito di ricercare nel nostro dialetto un seguito di affermazioni che sembrerebbero le litanie dei Santi, ma che invece, hanno tutt’altro significato.
Senza voler mancare di rispetto o offendere i Santi veri ecco ciò che ho raccolto.
Sanbüc (sambuco); san del nàs (sangue dal naso), sanglòt (singhiozzo), san fài? (cosa facciamo?), san dìghèt? (cosa ne dici?), san fét? (cosa ne fai?), san bìéi? (cosa beviamo?), san formento (imprecazione bonaria), san tèpa o san tàpa, se ‘l san tèpa  (se se ne accorge), san vegnèt a öna? (ti sbrighi?), san sapèla, al san sapèla (si inciampa), san capèla, al sa ‘n capèla (si arrabbia), san gà rieréss (se riuscissimo), san püdìa (se potevamo),  san troerèss (se trovassimo), san födéss (se fossimo), san ghèn föss (se ce ne fosse..), san nél (cosa ne è -di quel tale…), san güre (mi auguro), san sognèt? (ti sogni?), san maginèt? ( ti immagini?), san papìnèt (ti impappini), san nét fàcc? (cosa ne hai fatto?), san mangèi? (cosa mangiamo?), san dorvèi? (cosa usiamo?), san gà mètèi? (cosa gli mettiamo?), san crumpèi? (cosa comperiamo?), san vèndèi? (cosa vendiamo?), san gài de fà? (cosa dobbiamo fare?), san pödèi fa? (cosa possiamo fare?),  san gài de dì? (cosa dobbiamo dire?). 
Per tutti "ora pro nobis…"

[Dighèt del bù?] Cani, gatti e.. diavoli! Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleCosa si dice nel nostro dialetto di quelli che non vanno d’accordo? "I sa usma mia" (non si annusano), oppure si dice anche “I è come cà e gàt” (sono come cane e gatto) nel senso che proprio non si trovano.
Naturalmente se due persone di questo tipo vengono a contatto fra loro è quanto mai probabile che una delle due mandi “al diavolo” l’altra.
A questo proposito “n’ dà a cà del diàol” (andare alla casa del diavolo) significa sia mandare a quel paese quella persona ma, a volte, assume anche il significato di un viaggio lontano inutile per cercare qualche cosa che si poteva trovare molto più vicino. “L’è ‘n dàcc fina à la cà del diàol..” oppure “l’è ‘n dàcc fina in tàta malùra”.
Pensate che il sommo Dante per descriverla, la casa del diavolo, ha impiegato ben trentaquattro canti dell’Inferno, tanto da formare un libro. Per la stessa cosa un altro poeta, un po’ meno sommo (Tullio Santagiuliana), ha impiegato solo quattro parole “è in culibus mundi” con le quali, sinteticamente ci indica anche il “dove” e il “come”.
Tanto per non deviare dal tema, non me ne vogliano i lettori, mi viene in mente quella legge a cui spesso nel dialetto si faceva riferimento, cioè la “Lège del Menga”. Incomincia in dialetto e prosegue, sempre in dialetto, dicendo chiaramente che: “chi l’à ciapàt in del ..” e per fare rima, finisce in italiano con “… se lo tenga”. Però che leggi strane!

[Dighèt del bù?] Le radici del Bergamasco - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleNei meandri del variegato vocabolario del dialetto bergamasco, è curioso scoprire come tanti termini offrano un retroterra culturale che allunga le proprie radici linguistiche in svariate direzioni storiche oltre che su pagine di vita ed usi popolari.
In base ad un contributo alla conoscenza della lingua bergamasca di Francesco Polipoli, indaghiamo un poco su alcune voci come bògia (dal celtico bag, a sua volta collegato al latino parlato bo-tulla, pancia); caàl ( dal latino tardo caballus, cavallo), creansa (educazione, buone maniere, dallo spagnolo creanza); biligòrnia (malinconia, noia, disappunto, composto da bilis più gornia, che deriva dal latino volgare gargugliare, oppure dal greco gronos, o da una forma corrispondente ligure il cui significato è il bacino, palude biliosa, umore bilioso). Il termine gnèch (arrabbiato) deriva dal provenzale nech, triste; negót (niente, dal latino ne gutta, che significa non una goccia, e quindi il termine ha a che fare con il bere); l’intercalare pota, tanto frequente nella nostra parlata, deriva dal tedesco potzpreòst (prevosto, dal latino præpositus, participio passato del verbo præponere, preporre, significa colui che è stato messo a capo), prét (prete, deriva anch’esso dal latino presbyter, cioè anziano che guidava la primitiva comunità cristiana). Relòi, o leròi (orologio, dallo spagnolo reloj); sgagnà (mordere, addentare, dal latino popolare excaniare: da cania, cagna, quindi indica l’addentare con avidità proprio del cane); sömia (scimmia, dal latino simia), stréa (strega, dal latino striga), ströcc (sudicio, sporco, dal latino extra-unctus, molto unto); apröf (vicino, contiguo, dal latino ad prope).
Per concludere ecco un’ interessante locuzione derivata da area latina “ò mai ést un asèn cumpàgn” (non ho mai visto un simile somaro), derivata da Plauto “hominem magis asinum nunquam vidi”; come tutti avrete compreso non si tratta di asini a quattro zampe, ma della specie a due zampe!

[Dighèt del bù?] Facce toste e Rimproveri - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleAnche questo mese andremo a riscoprire alcune affermazioni caratteristiche della nostra “lèngua de Bèrghem”.
Müs”, “mostàss” o “müso” sono termini con i quali si indica la faccia, ma attenzione, non tutti vogliono esprimere proprio la stessa cosa, in quanto in alcune accezioni si usa l’uno o l’altro.
Se “müs ” è di ordinario uso: “làas zo ol müs a la matìna” (lavarsi la faccia al mattino) oppure, “àrda che müs chèl gh’à sö chèl lé” (guarda che faccia che ha quello lì), al contrario “mostàss” e “müso” indicano più sovente una faccia tosta. “Al gh’à üt müso de fàm ü dentort issé...” (ha avuto la faccia tosta di farmi un torto così..) oppure “al gh’à üt ol mostàss de fregàm…” (ha avuto la faccia tosta di fregarmi).
Nel famoso proverbio “chi gh’à bù mostàss fa bù botàss” (chi ha buona faccia ha buona pancia – questo letteralmente) in sostanza si vuol significare colui che è sfacciato e ingrassa… Da qui il verbo “smostassà” che si può tradurre con sgridare in maniera offensiva, ma ancora più energica è la “smostassàda” rimprovero, rimbrotto, far rimanere male... “Gh’ò dàcc öna di chèle smostassàde de no dì!” si dice di quando qualcheduno che, fregandosi energicamente le mani, ha ripreso, rimbrottato o fatto rimaner male l’avversario spiattellandogli in faccia i suoi torti… oppure di uno che rivendica i propri diritti in modo maldestro, sfacciato e da prepotente offendendo il proprio interlocutore.
Secondo la filosofia spiccia si dice anche che “quando ci vuole, ci vuole”, ma sappiamo bene che ciò non è sempre la strada migliore. Ecco allora che ci viene in aiuto la dolcezza. Il termine “mülzì” che racchiude in se le sfumature di molle, morbido, soffice e tenero. “Ciapà ü coi mülzìne” (prendere uno con le buone, con belle parole) e ancora il verbo “smülzìnà” che significa rendere morbido, rendere docile.

[Dighèt del bù?] Solerte o sfaticato? - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleNon mi stancherò mai di sottolineare come il dialetto ha, e soprattutto abbia avuto, nel proprio vocabolario espressivo non codificato in scrittura, ma quasi esclusivamente a carattere orale, una innumerevole e smisurata capacità espressiva per tutti, ma proprio tutti i momenti, situazioni o stati d’animo della propria gente. In una parola, è una forma espressiva certamente meno codificata della lingua ufficiale e tipicamente localistica, ma di certo non inferiore per espressività e peculiarità di quello che è il nostro italiano. In questa ottica, è sempre divertente e direi costruttivo, andare a scoprire alcune affermazioni o modi di esprimersi particolarmente coloriti del nostro dialetto.
Questo mese vi propongo una situazione quanto mai attuale: “essèr tacàt ‘vià”, o in modo ancora più incisivo “essèr istrangulàt ‘vià”  vuoi dal “de fà” o dal “tròp de fà o dal tép”.
In buona sostanza si intende essere presi, incalzati dal lavoro, dal troppo lavoro o dalla mancanza di tempo o, peggio ancora, da una situazione economica difficile. E allora ditemi se queste affermazioni non sono quanto mai attuali nel nostro vivere moderno, anzi direi che certe volte sono più esasperate di quello che poteva essere in tempi remoti. Un altro modo di trovarsi in difficoltà veniva espresso con l’affermazione “troàs  ‘n di pètole” . Trovarsi nelle grane.
Chi, probabilmente, non vive mai la situazione “de ès tacàt ‘vià o strengulàt dal laurà, l’è ol lendenù”.
Si dice “lendenù” ad uno sfaticato o meglio fannullone.
Ma, in realtà in  origine questo termine indicava un pidocchioso: viene infatti da “lendena”, cioè uovo di pidocchio. Spariti quasi del tutti i pidocchi, sono rimasti i “lendenù “, che hanno affollato e continuano ad affollare la variegata società del passato come del presente. Potremmo concludere, sull’argomento,  con un un’altra ironica affermazione: “ol fa negot, l’à mai lauràt” che tradotta significa: il far niente (inteso ironicamente come una persona) non ha mai lavorato!

[Dighèt del bù?] Berta e gli imbrogli - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pillolePrendiamo in considerazione questo mese due modi di dire del nostro dialetto sempre pregnanti di significato sottinteso dei quali purtroppo si è perso l’uso:
L’è lé che ‘l diàol al mosa la cùa” – E’ lì che il diavolo mostra la coda.
In sostanza si diceva così quando per coda del diavolo si intendeva il tallone d’Achille, il punto debole, o meglio ancora intendendo il punto dove sta l’imbroglio, in una clausola di un contratto, in quella particolare circostanza…
L’è mia piö ‘l tép che Berta filàa” – Non è più il tempo in cui Berta filava.
Berta, la “regina del grande piede” era la madre di Carlo Magno (742-814), moglie del re Pipino il Breve; donna energica nella conduzione della reggia e con i figli, e non disdegnava, come altre regine di quei tempi, di passare alcune ore della giornata al fuso e alla conocchia. Col detto si vuol sottolineare, con una certa supponenza in chi lo usa, che non sono più i tempi del medioevo e che oggi certe usanze e certi modi di vita sono superati.

[Dighèt del bù?] Dritto, rovescio e altre dicotomie - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleBisogna tener conto che spesso una parola ha il suo contrario, scopriamo in questo mese, alcune di queste interessanti e colorite locuzioni dialettali vale a dire “ol drécc e ol sò contrare”.
Iniziamo subito col “drècc e l’invérs” (il diritto e il rovescio). L’affermazione ha, come spesso accade, diversi significati applicati alle più disparate situazioni: si passa dall’indicazione di un punto a maglia, a quelle di qualche d’uno che avendo perso la strada o non sapendo di preciso dove andare afferma “o mìa troàt ol drécc”, “so giràt ‘n sa e ‘n fò...”, oppure di chi si è alzato con la luna storta al mattino e che afferma “‘n chö so leàt sö invérs”, allora lasciamolo in pace...
Ma non dimentichiamo che ogni cosa  “la gà ol denàcc ma anche ol dè dré” (ha il davanti ed anche il di dietro). C’è chi è meglio da una parte e chi è meglio dall’altra, raramente si trova il bello da entrambi i lati.
Così come “al ghè la beléssa e la brötessa” (ci sono la bellezza e la bruttezza). A questo proposito mi viene in mente un’affermazione che le persone attempate rivolgevano ai giovani “al gà la belèssa dell’asen” indicando per bellezza la gioventù. Come non citare “la sapienza e l’ignoransa”  di cui è, e continua ad essere, ricco il mondo. E quando una cosa la giri e rigiri senza trovargli la soluzione: “l’ho ultàt d’öna banda e de l’otra sensa troàga ol bandài”.  Noi bergamaschi poi abbiamo anche la città “de sùra e de sòta”. (città alta e bassa) Per finire, in tantissime cose “al ghè l’olt e ol bàs, come ol grànt e ‘l pisèn” (c’è l’alto e il basso come il grande e il piccolo):  è il bello e la varietà della natura.
A chiosa di questo siparietto una saggia affermazione: “i laur à spöl considerai d’öna banda o dè l’otra, denàcc e de dré…basta edìga!...” (le cose si possono considerare da una parte e dall’altra, davanti e dietro, l’importante è vederci!).

[Dighèt del bù?] Furbetti e truffatori - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleCi occuperemo questo mese ancora di un simpatico termine dialettale, il cui uso veniva riferito soprattutto ai bambini o a ragazzi particolarmente svegli, vispi e dotati di quella sana furberia infantile, si tratta del “balòss” o del “berechì”.
Dovrete convenire che già la pronuncia di questi termini suggerisce ilarità come quando si incontrano ragazzi con quella “cera dè balòss” o “co la cera dè berechì”.
I termini di cui sopra venivano a volte estesi anche a persone adulte, allora il significato risultava un po’ meno simpatico in quanto si intendeva una persona a metà strada fra l’imbroglione, il furbacchione e il truffatore.
Il truffatore che spesso abusava della buona fede della gente semplice, in particolare, veniva spesso definito “braghèr”, la cui capacità di creare imbrogli e truffe era a livello di codice penale.
Tant’è vero che su questa traccia vi è il detto: “Balòss, braghèr e canàe, scioma de l’infèrno
(furbacchioni, imbroglioni e canaglie, schiuma dell’inferno).

[Dighèt del bù?] Tempo e logorìo della vita moderna - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleIl logorio della vita moderna ci fa sempre correre ma, al contrario, la vita di una volta, si evolveva in modo molto più lento e ciò concedeva quegli  spazi di osservazione delle cose, del tempo, della natura, delle lune e dei comportamenti che hanno portato a costituire quello smisurato e ricco patrimonio dei proverbi e dei detti che sono caratteristici del dialetto e dentro i quali vado a pescare a piene mani riferimenti per questa rubrica.
Il contrario “de cor, à l’è ‘n dà a bèlase” (il contrario di correre è andare adagio). Del temine esiste anche un grazioso diminutivo “’n dà a belasì” o “a belasìne” che veniva usato in riferimento ai bambini piccoli, magari alle prese con i primi passi.
In tempi un  po’ più recenti si diceva che “la eta l’è ü logorìo”. C’erano quelli “che i tegnìa sö ol tep” e i “vulìa röspà sà”  quelli che e “ìa sempre tecàcc i vià” e quelli che, al contrario, “ìa di lendenù”.
(la vita è un logorio – quelli che non perdevano tempo e bramavano di avere – e quelli che erano “strangolati” o oberati da molte cose – al contrario di quelli che non avevano voglia di fare niente.)
A proposito del lavoro o meglio, di un mestiere, si diceva ”ol mestér l’è ‘ssé: o èndèm o tèndèm”. Nel senso che qualunque mestiere o lo sai fare bene e sai tenere i clienti, oppure vendilo, cioè lascialo fare ad altri.
In tutto questo mi pare di scorgere più di qualche affinità con il nostro vivere moderno, anche se non si usano più le colorite locuzioni dialettali.

[Dighèt del bù?] Tananai, cianfrusaglie e capelli - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleQuanti di noi, ogni tanto, riordinando angoli della casa, decidono di liberarsi, magari con qualche rincrescimento, di cose non più servibili o vecchie? Nel nostro dialetto queste cose vengono chiamate “tananài”. E’ un bellissimo termine che ho potuto leggere anche con estremo piacere e curiosità, su di una bancarella di quei mercatini che frequentemente animano le piazze di diversi paesi. Un cartello diceva “tananài bèi”, sembra un controsenso, ma in realtà, erano esposti piccoli oggetti della nonna come: orecchini, collane, anelli, pendagli di poco valore, ma  assolutamente graziosi e simpatici tanto quanto l’indicazione scritta. “Tananài” si usava anche per definire una persona di poco conto, come un buono a nulla “l’è ü tananài!”
Fra le antichità verbali, come sapete, spesso si riscontano modi di dire che non si usano più, tra questi la locuzione: “Tecà vià ‘l capèl” (attaccare via il cappello)
Significa prendere confidenza in casa altrui. Ma il detto si riferiva principalmente ad un uomo che sposava una ragazza di famiglia economicamente più agiata della sua; egli doveva stare sempre zitto... lasciando il cappello, per rispetto, sull’attaccapanni (quando il cappello lo portavano tutti e quando gli sposi non si involavano in un nido proprio, ma restavano nella casa paterna; in questo caso dei genitori di lei).

[Dighèt del bù?] La parola del Galantuomo - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pillolePrendiamo in considerazione un semplice ma essenziale e importante modo di dire: Paròla dacia (parola data) come dire: “parola data è cosa fatta”. Se poi alla parola data s’aggiungeva una stretta di mano, il contratto era definito, senza cambiali, scritture private ecc… Eh, già! “paròla lè paròla” si diceva un tempo. In questa affermazione sta la figura del “galant’òm” (galant’uomo) che teneva fede a quanto promesso, stipulato o pattuito. V’immaginate cosa succederebbe oggi se i contratti si stipulassero sulla parola? Il detto è rafforzato anche dall’altro che dice: “Paròla dàcia e sassàda tràcia, no i turna piö ‘ndré” (parola data e sassata tirata non tornano più indietro) E’ anche un invito alla prudenza nel decidere di pronunciare certe parole importanti, che ti impegnano nell’onore, negli affari ecc…
Non mi pare di essere pessimista nel constatare come oggi, purtroppo, ci sono scritturazioni, carte bollate, cambiali, tratte ecc.. che svolazzano nell’aria, e che sono spesso disonorate!
Si deve concludere che i galant’om non esistono più?  No, ma certamente è una specie sempre più rara.

[Dighèt del bù?] Mestieri e Passioni - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleÉ risaputo come l’aneddotica popolare sia ricca di svariati modi di dire che, seppur nella loro semplicità e ironia, contengano significativi insegnamenti di vita. Ve ne voglio segnalare tre che riguardano il fare il proprio mestiere.
Pastisèr, fà ol tò mestèr” (pasticcere, fai il tuo mestiere).
Con questo perentorio modo di dire, si invita a fare ognuno il proprio mestiere e non altre cose, perché chi pretende di saper fare mille mestieri, li fa tutti male. Altro detto, come conseguenza, recita:
A fa di mestèr che s’sé mìa us, a l’ve lòngh la barba e strècc ol mus
(a fare dei mestieri che non si è abituati a fare, si allunga la barba e si stringe il muso).
Perché?  Ma perché un altro detto afferma che:
Ol segrèt de la eta l’istà mia ‘n del fà chèl che ‘n gà passiù de fà, ma a fà con passiù chèl che ‘l ma tòca fà
(il segreto della vita non sta nel fare quello che abbiamo passione a fare, ma nel fare con passione ciò che ci tocca fare). Direi che, senza ulteriore commento, questo potrebbe diventare il nostro programma di vita per il nuovo anno!

[Dighèt del bù?] Non solo polenta - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleChe cosa intrigante sono i proverbi dialettali! Non per niente hanno attirato la curiosità di antropologi e di linguisti, di sociologi e di moralisti. Si dice rappresentino il distillato della saggezza popolare, ma vi è chi non li apprezza affatto, li trova generici e contraddittori osservando che non ce n’è uno che non abbia il suo contrario. Osservazione accettabile, ma forse proprio qui risiede la loro saggezza: sono contraddittori come la vita, perché la rispecchiano.
Prendiamo in considerazione alcuni proverbi culinari:
Parla còme te mangèt!” (parla come mangi), nel senso che non si deve cercare una parlata sofisticata se non si ha adeguata preparazione volendo dimostrare di essere di chissà quale ceto sociale: se si mangia nostrano la parlata sia altrettanto.
Quando s’ghà piö fam, gna del pà gna del salàm, no s’sa de cosa fàn” (Quando non si ha più fame, né del pane né del salame, non si sa cosa farne), cosa c’è infatti, nella tradizione bergamasca, di più gustoso di un panino con il salame, quello nostrano?
Per citare un altro proverbio culinario che ben si adatta alla stagione. “Pà, vì e söche…e se ‘l vol fiocà che ‘l fioche” (pane, vino e zucche… e se vuol nevicare che nevichi). Vale a dire che se ho sulla tavola anche un pasto così semplice come un pane, della zucca e un bicchiere di vino, non m’importa che cosa faccia il tempo, se vuole nevichi pure!
Ultimo proverbio della serie: “Polenta nöa, osèi de passada, ì de butiglia: l’è öna paciada!” (polenta nuova, uccelli di passata, vino di bottiglia: è una scorpacciata). Anche se questo piatto è ormai una rarità da trovare, si può certamente affermare che per la sua genuinità ed essenzialità, potesse essere una bella scorpacciata; alla faccia dei piatti ricercati, surgelati o frettolosi che spesso la cucina moderna ci propone.

[Dighèt del bù?] Denti e Perditempo - Pillole di dialetto Bergamasco Stampa E-mail
Scritto da Giulià Tudeschì   
Dighèt del bù? - Dialetto bergamasco in pilloleForse bisognerà scavare un poco nella memoria per ritrovare alcuni termini dialettali ormai resi obsoleti da locuzioni che sembrano più “moderne” o più alla moda. Non è detto che ciò sia più significativo di quanto si usava una volta.
Allora voglio proporvi alcune affermazioni che mi sono venute alla mente pensando a quando ero bambino e, a volte, passavo il pomeriggio a casa della cara nonna materna. Da soggetto iper attivo o irrequieto che dir si voglia, spesso mi sentivo richiamato con l’affermazione “io, l’i stà mai ferèm ü menüt,  al gà adòs l’arzènt vìf” (non sta fermo un minuto, ha addosso l’argento vivo..). Non ho mai capito cosa c’entrasse l’argento vivo, ma la cosa mi piaceva tanto sentirla dire.
Come quando stavo su di una sedia e dondolavo con l’evidente rischio di cadere mi si richiamava dicendo: “desmèt de dondà chè to burlèt zò”.  Se “dondà”, oppure “dundulà”  indicano un movimento, l’accezione “dindulà” o “dindunà”  hanno un altro significato: cioè perdere inutilmente il tempo, indugiare, o andare in giro senza meta e senza sapere cosa fare, o senza voglia di far niente. “Dindulà ‘n giro” oppure “’ndà sdindolèt”, o  ancora “ ’ndà strigossèt”.

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