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Dialetto Bergamasco
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Passate le feste, passato il periodo di regali, di pranzi e di baldoria per aver festeggiato l’arrivo del nuovo anno, ecco che si ritorna alla normalità ed allora si possono avvertire i sintomi de la " biligornia": specie di malinconia, quel malessere difficile da spiegare che si concretizza in una non voglia di fare, spossatezza... " gh’ò adòss öna biligornia ‘ncò!". Ma si può essere anche " maldolèt" oppure " maldelèna" cioè non in forma, magari con sintomi di malessere, con un certo grado di debilitazione che può essere fisica ma anche psicologica. Noterete quante parole son servite per cercare di spiegarne una sola! Ma sempre nell’ambito della salute, la " cera" che uno ha, era considerata lo specchio dello star bene o meno, anche interiore. A tal proposito ricordo un modo di dire di uso frequente. " Ah! To ghè sö öna cera mia bèla.. o idèa che to se dré a cuà ergòt..." (Ah, hai una cera non bella... ho idea che stai covando qualcosa...). I primi sintomi delle malattie della stagione fredda si manifestano proprio con dei malesseri di carattere generale. Ma può anche capitare che: " stamattina so leàt sö ‘n po’ maldelèna e gò mia òia de bàle!" Affermazione alquanto eloquente di uno che si è alzato non proprio in forma e non ha nessuna voglia di sentire balle! Lasciamolo in pace, per carità! Augurandomi che tutti i nostri lettori sappiano sopportare questi mali transitori che a volte la vita ci riserva, concludo con un affermazione più positiva " ardì töcc de stà bé e a risentìs ol mìs chiè!" (Vedete tutti di star bene e arrivederci al mese prossimo!). |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Tratteremo questo mese di come, attraverso i detti dialettali, viene considerata l’esperienza. " Al val piö la pratica de la gramatica" (vale più la pratica della grammatica) come dire che conta di più l’atto pratico che l’aspetto teorico. " Ol fa l’insegna a fa" (il fare insegna a fare), " Chi no sa fa, no sa comandà" (chi non sa fare non sa neppure comandare) tuttavia sappiamo che “ nissü i nas maester" (nessuno nasce maestro). Certo che l’esperienza ce la si fa anche sbagliando infatti " quando s’è stacc iscotàc da l’acqua colda, s’ gh’à pura a’ de chèla fregia" (quando si è stati scottati dall’acqua calda, si ha paura anche di quella fredda) salomonicamente si diceva " chi non pròa, no crèd" (chi non prova, non crede). Concludendo " Töcc i laùr bisognerès pödì fai du olte" (tutte le cose bisognerebbe poterle far due volte) e allora " Quando s’è ècc bisognerès pödì turnà zuègn" (quando si è vecchi bisognerebbe poter tornare giovani) cioè da giovani bisognerebbe avere l’esperienza che si ha da vecchi, ma sappiamo bene che: "se il giovane volesse e il vecchio potesse, non vi sarebbe cosa che non si facesse". |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 L’oggetto di questo mese è la casa “ la cà”. Un bene indispensabile e prezioso per il quale la famiglia, ieri come oggi, investe i guadagni ed i sacrifici di una vita per averla. Sulla base di questa concezione ho raccolto alcuni modi di dire dialettali che vale la pena di conoscere e ricordare. “ Ü che ‘l gà la cà, l’è piö senza laurà” (uno che ha casa non è più senza lavoro) nel senso che la cura e la manutenzione della casa comporta piccole e costanti attenzioni per mantenerla in ordine. “ In d’öna cà, ghè semper del defà” (in una casa c’è sempre da fare). Questo modo di dire è più riferito al costante lavoro delle massaie che erano sempre indaffarate nelle faccende domestiche. “ Cà so e po piö” (casa propria e niente più). In nessun luogo si sta tanto bene quanto in casa propria, perciò “ Piö ontèra ü michèt a ca sò, che Dio ‘l sà coss’è in cà di otèr” (fa più pro un pane da solo a casa propria che Dio sa cosa in casa d’altri), perché “ in cà sò s’ pöl god la libertà” (perché in casa propria ci si può godere la propria libertà.) Certo è che “ per röspà la cà, bisògna fà di éte” (per acquistare casa bisogna fare dei sacrifici) e allora risparmi e sacrifici fanno “ granù, granèl, i fà montulsèl” (granone, granello, fanno monticello) cioè risparmiando un poco qui un poco là si raggranellano i soldi indispensabili anche per acquistare casa perché “ tàce poc i fà ü tànt” (tanti pochi fanno un assai). |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Cosa ci sarà di più veritiero e di più semplice di ciò che viene affermato da questo detto dialettale: “Tocc i dé, ‘ne passa ü” (tutti i giorni ne passa uno). Ed è proprio un giorno dopo l’altro che compone un anno e così via gli anni che passano e ci lasciamo alle spalle. Ma si dice anche che: “al ghè piö tép che éta” (c’è più tempo che vita). Allora non assilliamoci perché “Ol tép, l’è töt tacàt” (Il tempo è tutto unito). “Ol tép al giösta töt” (il tempo aggiusta tutto) e “Col tép e co la paia ‘l marüda e i nespoi” (col tempo e nella paglia maturano anche le nespole). Quindi vedete che ce n’é per tutti, quelli che: “i völ tegnì sö ol tép” (non perdere tempo) come per quelli che “i la töl sö comoda, tanto lè stèss” (chi se la prende comoda, tanta fa lo stesso). Intanto un altro anno è cominciato, durante il quale, ne siamo certi, il tempo scorrerà alla sua velocità prestabilita. “Cosa üliv? Ol mond al gira: a ‘l comensa col dé ü e po’, tira che te tira, al vé sèmper ol trentü…” (Che volete farci? Il mondo gira: comincia con il giorno uno e poi, tira che ti tira, viene sempre il trentuno). Nonostante tutto: “Ve ‘ngüre de passà fò ü bèl an” (vi auguro di passare un bell’anno). |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Questo mese vorrei prendere in considerazione alcuni degli intercalari dialettali che ancora sono in uso. Partiamo dal tipico intercalare bergamasco: “pòta” con il quale viene identificata inequivocabilmente la parlata del popolo orobico. Il temine, in sé, si potrebbe tradurre “cosa ci vuoi fare?”, ma in realtà “pòta” non è traducibile esattamente, in quanto identifica una miriade di significati che vengono ben riassunti nella canzone del cantautore Luciano Ravasio. "A Bèrghem se giösta ogni sitüassiù, co la parola pòta, ü pòta l’è mèi de tate spiegassiù, se schìa po’ de parlà. A Bèrghem per töte i necessità, ghè la parola pòta, e quando ü l’sa piö che sant ciamà, a l’ dìs adoma pòta…" (A Bergamo ogni situazione si aggiusta, con la parola pòta, un pòta è meglio di tante spiegazioni, si evita di parlare. A Bergamo per ogni necessità, c’è la parola pòta, e quando uno non sa più a quale santo appellarsi, dice solo pòta…). Altro termine che si usa frequentemente in rapporto ad affermazioni superficiali “a rot tè”, oppure “a rot tè, fam mia gnì ‘grinà”. Oppure “carrot té”. Come per dire: ma cosa stai dicendo?
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Annoiare, seccare, infastidire, tutte cose similari alle quali spesso siamo costretti da interlocutori pedanti; nel nostro dialetto in una simile situazione si dice “to ma stöfet, to ma pecèt, to ma storèt”, o anche “to ma fè gnì pecio”. Non sono affermazioni molto eleganti ma, come si sa, la parlata dialettale vuole andare diritta al sodo senza tante vie traverse. Pensando al parlare, mi viene in mente il difetto, non so se più buffo o più penoso, di chi balbetta. In bergamasco per definire questo difetto si usano tre o quattro diversi verbi: “betegà, conchetà, tartaià” e a volte anche “basgiotà”. Già leggendo i termini viene da sorridere, non tanto per mancanza di rispetto verso colui che è affetto suo malgrado da questo difetto, ma per quante volte il parlare con un balbuziente può creare delle situazioni ridicole. Tante di queste figure sono sapientemente collocate in commedie dialettali spassosissime. La balbuzie così come certi ritardi mentali erano assai frequenti nella popolazione contadina, questi soggetti, i più carenti, venivano definiti “martèr” oppure “poèr martèr” e purtroppo, spesso presi di mira dalle burla dei ragazzotti bontemponi. Ma “martèr” significa anche uomo ingenuo, sempliciotto ma di sani principi. “Che martèr ca to sé!” è un’affermazione che identifica un ingenuo che magari non fa valere i propri diritti, oppure si impegna senza essere riconosciuto e proprio per questa sua condizione, viene prevaricato da chi è più astuto di lui. Parlando del mondo del lavoro che, secondo la tradizione bergamasca era, assieme alla religione e la famiglia uno dei capisaldi su cui poggiava la sana morale, si diceva “lè ü laurentù” (è un gran lavoratore), oppure “al sa fà mìa rüsà” (non si fa pregare), “la gà manca mìa la oia dè laurà” (non gli manca la voglia di lavorare). Erano tutte locuzioni che indicavano il grande pregio di darsi da fare e di adattarsi a tutti i lavori perché, si diceva anche : “ol laur piö bröt, lè ìga mìa oia de laurà” (la cosa più brutta è non aver voglia di lavorare). Già! Uno può fare anche il mantenuto, ma per quanto? |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Nella infinita miniera dei modi di dire del nostro dialetto c’è sempre qualcosa che solletica la curiosità; animato proprio da ciò ecco che, per mio diletto, e spero anche un po’ di voi lettori, vado alla ricerca di termini o modi di dire che erano quotidianamente sulla bocca dei nostri genitori o dei nonni, i quali, senza possedere chissà quale conoscenza della sintassi o della grammatica italiana, si esprimevano con termini dialettali tanto concisi e appropriati alle varie situazioni che il riscoprirli è sempre un vero piacere. Quando le cose non vanno, non girano per il verso giusto, ecco che frequentemente “ as bruntùla per chèsto e per chèl laùr..” (si brontola per questa o per quella cosa...). Ma, a volte, se il brontolio è più motivato “ as tontogna” quel borbottare a bassa voce, scontenti di qualche cosa che si deve fare di mala voglia, o che veniva imposto dall’alto. Guai però a farsi sentire perché allora si veniva ripresi “ to ghé de fa ‘ssè, e sensa tontognà…” (devi fare così senza borbottare). Altro termine simile è “ rognà”; ciò spesso veniva riferito anche ai bambini: “ chèl ‘isccèt lé, al rogna tötura”: il tipico lamentarsi dei bambini senza che si riesca a capire ciò che vogliono. Mentre quando frequentemente in casa i genitori assegnavano un piccolo compito al ragazzo e questi si duoleva, la frase ricorrente era “ al rogna sempèr quando to ga dighèt de fa èrgòt…”. Per quando, invece il malcontento montava a livelli più alti, ecco diventare “ rabbiùs” (arrabbiato, collerico). Ma questo può essere anche un tratto caratteriale “ chèl lé lè sempèr rabbiùs”(quello è sempre arrabbiato). Così come ci sono tipi sempre giulivi, si può trovare anche quelli sempre arrabbiati, non sono l’unico a dire che, la giusta misura sta nel mezzo “ issèr in bola”. |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 " Fa sö i casetù", oppure " fa o ‘l cassulì", sono due locuzioni dialettali ormai piuttosto rare che stanno ad indicare il bambino che fa la smorfia del pianto, fa il broncio o il musetto. Letteralmente si indicherebbe il guscio della castagna aperta così come l’atteggiamento delle labbra aggrinzate del bambino che sta per piangere. Il frutto della castagna, viene chiamato " castégna" e fin qui niente di eccezionale. Interessante è invece scoprire la denominazione delle parti del frutto: il riccio " rès", la buccia " gös o rösca", la pellicina di cui è velata " pelisina o zia", il fondo dove la castagna sta attaccata al riccio " cül". Non son certo da dimenticare le " castégne peste" ossia castagne secche pelate che venivano mangiate sia crude che cotte, mentre la " la castégna gingia ( o d’India)" è il frutto non commestibile dell’ippocastano. A proposito di ciò, secondo l’antica tradizione contadina, per evitare di prendersi il raffreddore, si portavano in tasca per tutto l’inverno tre o quattro di questi frutti. Provare per credere! E, per concludere, in corrispondenza della festa di S. Antonio Abate, il 17 gennaio, a Bergamo resiste ancora la tradizione delle bancarelle che vendono i " biligòcc" che sono castagne lessate con il guscio ed affumicate perché prosciughino e si conservino per mangiarle senza altra cottura. E’ questa una tradizione antichissima e popolare nella quale il frutto viene anche confezionato come una collana " filsa de castégne o culana" nella quale le castagne sono come cucite assieme con uno spago sottile formando una lunga fila. |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Prendiamo in considerazione, questo mese, alcune parole e locuzioni che iniziano con la R. " Rabia" c’è poco da tradurre è lo stesso termine che troviamo in italiano, con la sola differenza che ha una b in meno. " Sborà fò d’la rabia" scoppiare di rabbia, " èsèr rabiùs" essere arrabbiato. A volte questa sconveniente situazione può degenerare anche in " rampàs adòs" venire alle mani, azzuffarsi. In misura meno cruenta si può dire " rampinàs" oppure " chèl lé lè prope ü rampì" come dire di uno che va in cerca di bisticciare o di attaccar briga. Ma meglio di tutti in proposito è il detto: " No lè amur fina se no la sé rampìna" Non è amore fino se non si bisticcia. Quando si bisticcia, inevitabilmente " a ‘s fa sö ‘la regàda" (si fa del chiasso), ma ci sono anche quelli che, senza bisticciare " i fa sö ‘la regàda" perché " i è di burdelù". Queste ultime locuzioni hanno il doppio significato di chi magari parla ad alta voce ma, più spesso indicano quei soggetti che, per fare una cosa anche semplice, mettono in piedi un gran trambusto o creano tanti problemi inesistenti. Concludo con un elemento molto importante per la quadratura morale: " éss ü ‘n om de resù", " stà sö la resù", essere un uomo di ragione, stare sulla ragione, che vuol dire uomo a modo, uomo di pregio morale che sa stare nei termini, qualità rara e sopraffina ancora oggi. |
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Scritto da Giulià Tudeschì
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 Con il termine “ bröt”, nel dialetto bergamasco, si indica una cosa brutta, ma dell’accezione ne esistono un’infinità perché, a volte, per definire quella tal cosa non basta l’aggettivo, ma è necessario un rafforzativo. Ecco quindi “ bröt orendo, bröt comè ‘l pecàt, bröt come ‘l diaol” (brutto orrendo, brutto come il peccato, brutto come il diavolo). E poi i detti: “ bröt in fassa, bèl in piassa” (brutto in fascia, bello in piazza). Come dire che anche se il bambino piccolo non è molto carino, da grande sarà un bell’uomo. Lo garantisce questo proverbio! Per dire di una cosa brutta, ma non troppo, di dice: “ brutì” (bruttino). Che dire poi de “ ü mal bröt”, essere affetto da una malattia piuttosto seria. Per tornare ai proverbi: “ quando s’è bröcc, s’è a’ mal garbàcc o malmustùs” (quando si è brutti, si è anche mal garbati e scontrosi). Sembra, in questo caso, che chi non sia stato baciato dalla bellezza di Venere sia anche perseguitato da un suo modo di essere poco simpatico e poco socievole oltre che affetto da scontrosaggine. Per nostra fortuna non sempre le definizioni lapidarie dei proverbi corrispondono al vero. Per rimanere sempre nell’ambito della bruttaggine, prendiamo in considerazione un altro modo di dire: “ edìla bröta” (vederla brutta) cioè incorrere in un pericolo, prendere un grande spavento. Ma si dice anche “ gnì ai bröte” (venire alle prese, a forti parole, o peggio ancora venire alle mani). Chiudo qui questi discorsi sul brutto sollevato dal fatto che, come sapete, “ ‘n da eta, al ghè mia doma del bröt…” (nella vita non c’è solo del brutto). |
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